Le pelle che abito

Che botta! È quello che ho pensato uscito dal cinema dopo aver visto l’ultimo film di Almodovar “La pelle che abito”. Intendiamoci: sono ancora convinto che il gordito Pedro abbia dato il meglio con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, “Tutto su mia madre” e “Volver”, però non sono pochi i motivi di interesse verso questo nuovo film. Prima di tutto, a livello tecnico, è un gran lavoro di regia: c’è ritmo, ci sono inquadrature crude e c’è una stupenda sequenza (quella in cui la stanza sommersa da pezzi di abiti viene ripulita con un crescendo di montaggio e di musica). E poi c’è la cattiveria, il senso disturbante della trama e delle azioni del protagonista, al limite (o ben oltre) della follia. La storia del “Moderno Frankenstein” che infligge una punizione estrema al corpo del ragazzo che ha (in realtà, non completamente cosciente di ciò) stuprato la figlia autistica, ergendosi così a creatore che sfida i limiti della natura e dell’etica è una rilettura morbosa ed estrema del personaggio creato da Mary Shelley. Il tutto in un’atmosfera da “sotto vuoto” con numerosi salti temporali e pochissime apparizioni di quel corollario pop e ironico (il negozio di vestiti, il delinquente-tigrotto e la surreale visita di padre e figlio che vogliono vendere i vestiti) con cui normalmente identifichiamo il cinema di Pedro. Elementi negativi? Forse le scene di sesso un po’ lunghe e non sempre funzionali alla storia e il continuo voler affibbiare legami di parentela ai personaggi (già fuori luogo nel finale de “Gli abbracci spezzati”), però lo spietato finale e la vibrante tensione di tutto il film li fanno passare in secondo piano. Come sempre, ottima la scelta musicale tra quartetti d’archi e beat techno.

Le pelle che abitoultima modifica: 2011-10-07T16:11:58+02:00da maxdilly
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